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      Innovazione e progettualità: Bruno Munari

      innovazione e progettualita

      Innovazione e progettualità: Bruno Munari

      Per concludere (temporaneamente) il percorso fatto nel mese di giugno alla scoperta del significato dell’innovazione, ho deciso di parlarti di un maestro della progettualità e del design: Bruno Munari.

      La Treccani lo definisce “uno dei massimi protagonisti dell’arte, del design e della grafica del XX secolo”. Ha operato con successo in diversi campi ed è riconosciuto anche per il suo fondamentale contributo alla ricerca sullo sviluppo della creatività e della fantasia nell’infanzia attraverso il gioco.

      Ho scelto di parlarti di Munari perché è stato sicuramente un innovatore, ed è una figura a cui ispirarsi. Ma anche perché ha messo a punto una metodologia che ti può essere utile per approcciare i tuoi progetti in modo creativo ma con una guida da seguire.

      Nel suo libro Da cosa nasce cosa, infatti, Munari affronta il tema del metodo progettuale come un percorso che, a partire da un problema ci porta a una soluzione. Il volume si apre con questa frase: “Progettare è facile quando si sa come si fa. Tutto diventa facile quando si conosce il modo di procedere per giungere alla soluzione di qualche problema”. Cerchiamo quindi di capire qual è “il modo di procedere”combinando logica e fantasia.

      Il “Metodo Munari”

      Combinare logica e fantasia significa seguire le regole ed essere creativi allo stesso tempo. Perché, come spiega chiaramente Munari nel suo libro “ Creatività non vuol dire improvvisazione senza metodo: in questo modo si fa solo della confusione e si illudono i giovani a sentirsi artisti liberi e indipendenti. La serie di operazioni del metodo progettuale è fatta di valori oggettivi che diventano strumenti operativi nelle mani di progettisti creativi”.

      Ma quali sono, nello specifico, i passaggi del suo metodo progettuale? Scopriamoli insieme.

      1. Problema

      Il primo passaggio riguarda l’identificazione del problema, cioè il punto di partenza. Munari ci ricorda le parole del suo amico Antonio Rebolini a riguardo: “Quando un problema non si può risolvere non è un problema. Quando un problema si può risolvere, non è un problema”. L’esperienza è ciò che ci fa capire se un problema che sentiamo di avere è risolvibile oppure no. Nel Life Design questo passaggio viene ripreso analizzando quelli che Bill Burnett e Dave Evans hanno definito “problemi di ancoraggio” o “problemi di gravità”. La sostanza è capire se c’è davvero un problema da risolvere, e partire da lì per poi procedere con la sua definizione. Nel business ricordiamoci che “il problema” è un bisogno del cliente. Quindi quando progettiamo un prodotto o un servizio dobbiamo domandarci qual è il bisogno che risolve.

      2. Definizione del problema

      In questa fase si comprendono i limiti entro cui andremo a operare. Potremmo dire che questo passaggio coincide con la definizione dell’obiettivo che voglio raggiungere. Una volta definito il problema si potrebbe pensare che è sufficiente una buona idea per risolverlo, ma questo non avviene in modo così automatico. Bisogna infatti capire che tipo di soluzione vogliamo trovare (definitiva, provvisoria, commerciale, di fantasia ecc…). L’idea perciò ci vuole, ma prima dobbiamo specificare le componenti del problema.

      3. Componenti del problema

      Un problema può avere diverse soluzioni: dobbiamo scegliere qual è quella che stiamo cercando. Smontare un problema nelle sue componenti ci aiuta a comprenderlo meglio. Ogni problema (o progetto) è formato da parti più piccole e analizzarle ci permette di arrivare poi alla soluzione ottimale. Pensa a un tuo obiettivo complesso: scomporlo (o spacchettarlo, come dico spesso) in parti più piccole ti aiuta a raggiungerlo più facilmente (e meglio).

      4. Raccolta dati

      La raccolta dati ci serve per studiare le componenti del problema una ad una.

      5. Analisi dati

      I dati raccolti devono poi essere analizzati per avvicinarsi ancora di più alla soluzione ottimale. Questa fase progettuale è importante perché ci permette di trovare nuove ispirazioni ma anche di evitare errori che magari abbiamo già commesso in passato. La nostra esperienze ci permette di condurre un’analisi puntuale, che ci porta al passaggio successivo, quello creativo.

      6. Creatività

      La creatività ci aiuta a tenere conto di tutte le opzioni possibili. Mentre un’idea ci fornisce una potenziale soluzione, la fase creativa ci permette di generare alternative tra cui poi andare a scegliere quella ottimale.

      7. Materiali/Tecnologie

      In questa fase raccogliamo le informazioni che ci servono sui materiali e le tecnologie che abbiamo a disposizione per risolvere il nostro problema e realizzare il nostro progetto. Materiali e tecnologie possiamo tradurlo in “risorse”: cosa mi serve per raggiungere l’obiettivo? Su cosa posso fare affidamento? Ci sono risorse che posso recuperare in qualche modo?
      Sperimentazione – gli esperimenti sono fondamentali per testare le nostre possibili soluzioni e capire come le risorse che abbiamo raccolto possono essere utilizzate. Le testiamo proprio per comprendere se ci possono aiutare oppure no.

      8. Modello

      Dagli esperimenti nascono dei modelli, che ci mostrano come possiamo utilizzare le nostre risorse. Se pensiamo, di nuovo, ai nostri obiettivi, questa è la fase in cui raccogliamo informazioni su cosa funziona e cosa no, che ci possono tornare utili anche per affrontare problemi futuri. Da un punto di vista di progettazione “personale” possono anche essere modelli di comportamento che, se si dimostrano funzionali, possiamo tenere in considerazione anche in altri casi.

      9. Verifica

      Naturalmente i modelli vanno prima verificati per controllarne la validità. Altrimenti rischiano di diventare schemi e pattern che non sono realmente funzionali alla soluzione del nostro problema.

      10. Disegni Costruttivi

      Visto che parliamo di metodo progettuale legato al design, arriviamo ai disegni costruttivi, che sono dei prototipi o degli schizzi. Al di fuori del design penso che possiamo considerarli la rappresentazione grafica del processo, il momento in cui mettiamo nero su bianco tutti i dati raccolti e arriviamo la soluzione. Nel mio lavoro come Business Coach un disegno costruttivo può essere ad esempio il Business Model, che rappresenta “su carta” come si sviluppa un’idea trasformandosi in un’impresa.

      11. Soluzione

      Infine il processo progettuale si conclude con la soluzione. Che, ripeto, non è una soluzione qualunque o semplicemente efficace, ma è la migliore possibile. A cui si arriva proprio seguendo un processo e applicando un metodo.

      Bello, ma a cosa serve?

      Non ti nascondo che questi temi mi affascinano parecchio. Altrimenti non studierei Design Thinking o Life Design (e nemmeno Intelligenza Emotiva), che hanno molti punti in comune con il Metodo Munari. So che possono sembrare “cose da designer” e quindi apparire utili solo per la progettazione di oggetti… Ma in realtà ricorda che design si traduce in italiano con “progetto”, dal latino pro jacere (ciò che viene gettato davanti). In ultima analisi, quindi, il design (o progetto) è l’anima stessa della nostra vita: è la concretizzazione del nostro essere, proiettato verso il futuro. Il progetto riguarda la cura di sé e degli altri, del mondo che ci circonda.

      Ecco perché siamo tutti dei designer, in fondo. Dobbiamo accettarlo e utilizzare gli strumenti giusti per fare della nostra vita il nostro progetto migliore e più innovativo.

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